Filmfestival Premio Lessinia
Award competition for movies and short films about: “Life, history and tradition in the Mountains”.
Filmfestival / Press review:
Filmfestival elegge il suo re (L'Arena del 26 agosto 2006)
Cerro. Si terrà oggi a mezzogiorno la proclamazione dei vincitori della dodicesima edizione del Filmfestival Premio Lessinia, dopo che dalle 10 il teatro sarà stato impegnato nella tavola rotonda organizzata dal Curatorium Cimbricum Veronense sul tema «Il video per la salvaguardia delle lingue minoritarie». Alle 15.30 proseguiranno le proiezioni con gli ultimi film in concorso, tutti centrati sul tema delle minoranze linguistiche.
Alle 18, incontro con i registi e cerimonia ufficiale di premiazione in teatro alle 21, seguita dal concerto del gruppo friulano Bràul Folc. Domani alle 21 saranno proiettati in teatro i film vincitori del concorso.
Ci sarà probabilmente anche qualcuno di quelli visti giovedì, una delle migliori serate programmate e con discreta partecipazione di pubblico, nonostante il cattivo tempo.
La morte accidentale di uno di loro e il congelamento di un altro, destinato a morire, uniti alla scoperta dell’egoismo del comandante, che tiene nascoste per sé provviste di cibo, portano alla decisione finale. Panorami, silenzi, primi piani, ottima ambientazione e fotografia, pur su una sceneggiatura che si riduce alla fine a poca cosa, sono i pregi del film, che forse avrebbe guadagnato qualcosa dal coraggio di tagliare qualche minuto di troppo.
«La luce dentro. Storia di Armando», del cuneese Remo Schellino, è il ritratto di Armando Sereno, 84 anni, eremita in Val d’Inferno in alta Val Tanaro, alpino che ha fatto la ritirata di Russia, internato in campo di concentramento e che «tornato a baita», si è costruito parte della casa in cui vive, oggi un seccatoio per castagne incupito dal nerofumo.
Il pastrano militare e il cappello d’alpino sembrano usciti oggi da quegli stessi giorni raccontati e le mani, deformate dall’artrosi, sulle quali la telecamera indugia, dicono più di tante parole, come il bosco infiammato dai colori dell’autunno e il toscano tenuto costantemente fra le labbra.
Il bianco e nero si alterna al colore nelle scene di soliloquio e negli stacchi di voci fuori campo: forse non ha fatto nulla di eccezionale Armando, rispetto a quello che hanno subito tanti della sua generazione, ma è il senso del limite che non è comune: «Basta avere da mangiare, da bere e da scaldarsi, ma per la compagnia...» dice davanti alla telecamera, rassegnato alla solitudine, eppure felice.
È triste e fa riflettere invece «El Nene, la morte della valle», realizzato da Ugo Slomp per la sede regionale Rai di Trento. Protagonista è Giovanni Nicolini, vissuto fino a poco tempo fa in Val Daone, che ha perso il braccio destro nel 1944 per un incidente di caccia e dalla morte della moglie ha allevato i quattro figli da solo, nonostante l’infermità. Una mira eccezionale, di cui dà ancora prova, gli ha permesso di sfamare la sua famiglia quando si cacciavano camosci e cervi per necessità. Ammette di aver ucciso l’ultimo orso trentino nel 1955, in una specie di regolamento di conti.
La morte vera gliela dà il progresso, che ha imbrigliato il fiume, «che di notte urlava come un leone», in due gigantesche dighe, mentre il ritornello «No, io non ci sto», di Vasco Rossi, sottolinea il monologo del Nene.
«L’incarnazione esiste e torneremo anche noi», sono le sue ultime parole, prima che la terra ricopra la sua bara e la casa di montagna sia trasformata in bed & breakfast dagli eredi. L’orso è tornato nelle Giudicarie, protetto per continuare a combinare pasticci, non torneranno più uomini come Nene.
Vittorio Zambaldo
