Filmfestival Premio Lessinia

Filmfestival / Press review:

Prima le fiabe veronesi, poi ritorna «L’Abisso» (L'Arena, 25 agosto 2006)

Cerro. Seconda serata a sale separate al Filmfestival Premio Lessinia, dove il volto umano dell'esplorazione, del regista francese Henri Agresti, ha fatto il pieno per il teatro, mentre sono state disertate le proiezioni in sala Noi. Non erano di gran richiamo i due titoli, in calendario, «Immagini di Jaime Saenz» e «La route turque». Del primo, che tenta di raccontare l'opera del poeta boliviano Jaime Saenz, morto nel 1986, è impresa sovrumana trasferire al cinema la poesia come genere letterario, anche se si può fare poesia con le immagini. Forse il giudizio migliore per questo «aparapita», facchino della scrittura, è quella di «mistico della poesia», ma ci si poteva risparmiare il diluvio di parole dei suoi estimatori per concentrarsi su luoghi, volti e situazioni che le immagini e le poesie di Saenz saprebbero sicuramente cogliere meglio. Sessanta minuti di poesia la fanno invece Jean-Baptiste Warluzel e Falck van Gaver, francesi che si sono messi in strada («La route turque») dal Bosforo all'Altaï, regione compresa fra la Mongolia e la Siberia. Un'ora di film senza una parola, senza colonna sonora aggiunta, è un record che difficilmente sarà battuto, ma se manca la dimensione verbale, sovrabbondano i paesaggi, i colori, i volti, gli sguardi e i minuti di posa. Insistono su certi sguardi che a volte sembrano sfide tra palpebra e obiettivo, fra chi si chiuderà per primo, passaggi dello schermo intero, da destra a sinistra e viceversa, a telecamera immobile, di mandrie, biciclette e persone: fantasmi che esistono fintantoché passano, poi sembrano tornare al nulla da cui sono venuti. «Les femmes du Mont Ararat» del francese Erwann Briand ha il difetto di essere troppo lungo e il pregio di raccontare la guerra curda del Pkk con la voce delle donne. Sei ragazze sono uscite dalle unità combattenti dei maschi e conducono una guerra tutta loro, non tanto contro l'esercito turco di cui non si vede traccia, ma contro l'altra fazione curda dello Ynk che ha ucciso i loro compagni e soprattutto contro la mentalità maschilista di cui sono vittime. Si spostano in continuazione, si incontrano con altri gruppuscoli analoghi di donne armate, temono come il nemico i maschi che combattono per i loro stessi obiettivi politici, ma non per gli stessi ideali di parità. Il loro sogno è di riuscire a contare qualcosa in futuro, ma la cosa più triste è che di questo non si accorge nessuno, perché se per una donna occidentale la libertà è poter fare quello che vuole, per loro è poter gridare nel vento i propri pensieri eretici. Non ha deluso la serata speciale con Henri Agresti che, insieme alla moglie Isabelle, ha raccontato le sue esplorazioni in Sahara e in Afghanistan negli anni Sessanta. Hanno sorpreso i primi piani dei volti delle donne e dei bambini, sorridenti, pur nelle condizioni di povertà assoluta, così lontani dall'idea che i media ci danno giornalmente di quelle terre. Ora, sulle montagne dell'Afghanistan, irraggiungibili e oscurate al mondo a causa della guerra, è impossibile tornarci per incontrare popoli che 40 anni fa vivevano pressoché nelle stesse condizioni in cui li aveva descritti Marco Polo 800 anni prima. «A fare le spese della guerra è quella gente poverissima. Le persone che abbiamo incontrato allora saranno tutte morte e noi non le abbiamo più potute rivedere. Questo ci riempie di malinconia», ha concluso Agresti. Oggi è in programmazione uno spettacolo musicale con Raffaella Benetti e Tommaso Castiglioni (Le fiabe veronesi) alle 18. Poi alle 21 i film saranno tutti dedicati a pastori e malgari, con tre opere in concorso: «Bezad'last journey» dell'irlandese John Murray; «Marghè marghìer» del cuneese Sandro Gastinelli e «Greina» dello svizzero Villi Hermann. In sala Noi replica alle 21 del film di Anderloni «L'Abisso». Aggiornamenti, cronaca, fotografie sono sul sito www.filmfestivallessinia.it. (v.z.)