Filmfestival Premio Lessinia
Award competition for movies and short films about: “Life, history and tradition in the Mountains”.
Filmfestival / Press review:
Storie di popoli fantasie ancestrali e montagne violate (L'Arena, 23 agosto 2006)
Cerro. Due film a sfondo antropologico ed etnografico hanno caratterizzato la terza serata di proiezioni al Filmfestival Premio Lessinia, con «Karpaten. Leben in Draculas Wäldern», dell’austriaco Kurt Mayer di livello decisamente superiore. Girato interamente in Romania, segue un anno di vita del giovane Vasile, montanaro pastore che lavorando con le pecore affidategli sugli alti pascoli trova anche l’amore di Delia con la quale corona il sogno d’amore nell’inverno successivo. La sua storia è raccontata con delicatezza, senza insistere sul patetico di una povertà evidente né sul folcloristico in cui sarebbe facile rifugiarsi. Perfino il «matrimonio del morto», singolare usanza di sposalizio a bara aperta tra un giovane morto prematuramente e una ragazza del paese, perché la sua anima trovi pace, è trattata come sintesi di riti ancestrali per esorcizzare la paura, l’abbandono e la sfortuna. Riprese da professionista e soggetti che recitano se stessi con la bravura di attori nati.
«Le valli dei basilischi» è il viaggio di Massimiliano Sbrolla alla ricerca del fantomatico "mostro" che popola le leggende di ogni valle alpina. Il basilisco, fantastica figura che si dice nata da un uovo senza tuorlo covato per nove anni da un rospo, oppure secondo altri da un uovo di gallo, incanta ed è incantato. Del suo mito si sono impadronite le storie popolari, ma anche le chiese che gli hanno attribuito i caratteri del drago vinto da san Giorgio. Sbrolla descrive con l’ironia di chi difficilmente si fa incantare e quando alla fine rivela che quel basilisco spuntato dal sottobosco, «con il muso da gatto e gli occhi da bambino», altro non sarebbe stato che il ritorno della lontra in Val d’Ossola, da dov’era scomparsa dagli anni Cinquanta, a tutti un po’ dispiace. Film che paga un dazio un po’ alto al documentarismo su un argomento che si sarebbe ben prestato per un’opera buffa.
Una caduta di stile che non ci saremmo aspettati è arrivata a fine proiezioni. Passi per «Schweizer Alpen - Der Grosse Aletschgletscher», che fa il suo onesto lavoro pubblicitario per promuovere il più grande ghiacciaio d’Europa, ma «Le fil de l’Aiguille» della guida alpina Denis Ducroz, che racconta "l’impresa" della costruzione e del restauro della funivia de l’Aiguille du Midi, tocca il fondo esaltando, stile "cinegiornale Luce", un’opera molto discutibile e dichiarando che «bisognava essere avanti rispetto al proprio tempo per avvicinare così il Monte Bianco e gli uomini attraverso la magia di un filo teso». Un filo teso per stendere un velo pietoso sulla magia del Bianco violata da un turismo insensato.
Questa sera si apre alle 18 con l'aperitivo con l’autore dove Walter Peraro leggerà brani tratti dal libro di Raffaello Canteri «Il ponte sugli oceani». Proiezioni alle 21 in teatro dedicate ad Henri Agresti, inviato speciale dal Sahara all’Afghanistan, seguite da «Les femmes du Mont Ararat» di Erwann Briand. In sala Noi «Immagini di Jamie Saenz», scrittore boliviano raccontato da Pierandrea Gagliardi e «La route turque de l’Anatolie à l’Altaï», percorso a quattro mani dei registi Jean-Baptiste Warluzel e Falk Van Gaver tra le popolazioni delle steppe asiatiche. (v.z.)
«Le valli dei basilischi» è il viaggio di Massimiliano Sbrolla alla ricerca del fantomatico "mostro" che popola le leggende di ogni valle alpina. Il basilisco, fantastica figura che si dice nata da un uovo senza tuorlo covato per nove anni da un rospo, oppure secondo altri da un uovo di gallo, incanta ed è incantato. Del suo mito si sono impadronite le storie popolari, ma anche le chiese che gli hanno attribuito i caratteri del drago vinto da san Giorgio. Sbrolla descrive con l’ironia di chi difficilmente si fa incantare e quando alla fine rivela che quel basilisco spuntato dal sottobosco, «con il muso da gatto e gli occhi da bambino», altro non sarebbe stato che il ritorno della lontra in Val d’Ossola, da dov’era scomparsa dagli anni Cinquanta, a tutti un po’ dispiace. Film che paga un dazio un po’ alto al documentarismo su un argomento che si sarebbe ben prestato per un’opera buffa.
Una caduta di stile che non ci saremmo aspettati è arrivata a fine proiezioni. Passi per «Schweizer Alpen - Der Grosse Aletschgletscher», che fa il suo onesto lavoro pubblicitario per promuovere il più grande ghiacciaio d’Europa, ma «Le fil de l’Aiguille» della guida alpina Denis Ducroz, che racconta "l’impresa" della costruzione e del restauro della funivia de l’Aiguille du Midi, tocca il fondo esaltando, stile "cinegiornale Luce", un’opera molto discutibile e dichiarando che «bisognava essere avanti rispetto al proprio tempo per avvicinare così il Monte Bianco e gli uomini attraverso la magia di un filo teso». Un filo teso per stendere un velo pietoso sulla magia del Bianco violata da un turismo insensato.
Questa sera si apre alle 18 con l'aperitivo con l’autore dove Walter Peraro leggerà brani tratti dal libro di Raffaello Canteri «Il ponte sugli oceani». Proiezioni alle 21 in teatro dedicate ad Henri Agresti, inviato speciale dal Sahara all’Afghanistan, seguite da «Les femmes du Mont Ararat» di Erwann Briand. In sala Noi «Immagini di Jamie Saenz», scrittore boliviano raccontato da Pierandrea Gagliardi e «La route turque de l’Anatolie à l’Altaï», percorso a quattro mani dei registi Jean-Baptiste Warluzel e Falk Van Gaver tra le popolazioni delle steppe asiatiche. (v.z.)
